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La nascita di Pomarico risale ad epoche remote come dimostra il ritrovamento di due antichissimi centri: Pomarico Vecchio e Castro Cicurio. Il primo, di epoca anteriore al V sec. a. C., era un centro lucano fortificato situato a una dozzina di chilometri dall’attuale centro abitato, influenzato (IV sec. a.C.) dalle colonie greche che trasformarono il territorio sul modello delle città greche. Il secondo, di epoca romana, sorse su un precedente insediamento greco, Cichurus. L’attuale centro risale al IX sec. d.C., dopo che Pomarico Vecchio subì, per diverse volte, le incursioni saracene, interessate al territorio per la sua posizione strategica. Con i Normanni la storia di Pomarico si legò a quella della Contea di Montescaglioso e quindi anche alla contesa, conclusasi nel 1714, fra i reggitori di quest’ultima e di quelli dell’abbazia dei Benedettini di San Michele Arcangelo. All'abbazia fu assegnata la parte di territorio dove si trovava Castro Cicurio. Numerosi furono i feudatari che si succedettero alla guida del centro materano a partire da Francesco II del Balzo, per passare ai Signori d’Avalos, alla famiglia Orsini, ai Naselli e ai Miroballo. Nella seconda metà del XVIII secolo i Donnaperna costruirono il Palazzo Marchesale. Il nome della città potrebbe derivare dal latino Pomi Ager (campo di frutti, territorio ricco di alberi). Le Fonti francescane ricordano Pomarico per il famoso “miracolo” di San Francesco. In una casa situata nel centro storico di Pomarico un simbolo scolpito su una pietra incastonata, ricorda l’evento miracoloso. Pomarico ha dato i natali a Niccolò Fiorentino, patriota e studioso; a Camillo Giuseppe Giordano, botanico; a don Pietrangelo Spera, storico e letterato, e a Camilla Calicchio, madre del musico veneziano Antonio Vivaldi.
Abitato, talvolta erroneamente indicato con il toponimo di Castro Cicurio, situato 12 km da Pomarico. Posto a 400 m s.l.m., occupa la sommità pianeggiante di una collina, detta anche di S. Giacomo, alla sinistra del Basento e dista 23 km dalla pòlis greca di Metaponto. L'insediamento indigeno, risalente almeno alla seconda metà del VI sec. a.C., vide il suo maggior sviluppo tra il IV e il III sec. a.C. L'area di insediamento è costituita da uno spazio piriforme di c.a 330 m in senso N-S e di c.a 200 m in senso E-O, circondato da una cinta di mura, realizzata nella seconda metà del IV sec. a.C. a doppio paramento in lastre di arenaria locale con èmplekton, in cui ai tratti di cortina (oggi in parte franati) si alternano poderose torri quadrangolari. Questa altura isolata, che consente una visibilità completa delle vallate circostanti, offrì nell'antichità le caratteristiche ottimali per un centro abitato, permettendo un facile controllo delle vie di penetrazione verso l'interno. Gli scavi sistematici, iniziati nel 1976, hanno riguardato dapprima le mura e una necropoli situata sul versante SO, per concentrarsi poi sull'abitato. IndizI di una presenza umana fin dalla seconda metà del VI sec. a.C. provengono dal rinvenimento di ceramica tipica di tale periodo, in particolare frammenti di coppe ioniche del tipo B2 e taluni frammenti di decorazione a fasce. Nella seconda metà del IV sec., la porzione meridionale dell'abitato (l'unica per ora scavata) venne completamente strutturata, o forse ristrutturata, seguendo il modo tipico delle città greche, basato su una regolare successione di strade parallele, attestate su altre ortogonali, che generano isolati stretti e allungati. Alla conclusione della campagna di scavo del 1993, è stato possibile individuare quattro isolati e la probabile presenza di altri due , divisi da strade (stenopòi) parallele. Venendo ai ritrovamenti, il numero più rilevante di reperti risalenti al IV-III sec. a.C. è costituito dalla ceramica. Il numero rilevante di pesi da telaio rinvenuti testimonia inoltre la diffusione della tessitura. Spunti sulle forme di religiosità degli abitanti sono offerti da alcuni frammenti coroplastici, simili a quelli delle vicine pòleis greche, che testimoniano culti connessi al mondo ctonio, riflessi da figure recumbenti, sileni e grandi busti femminili. Dati significativi sono offerti dagli scavi sulle balze orientali della collina di Pomarico Vecchio che hanno messo in luce quindici tombe in fossa terragna, coperte con lastre di arenaria. I corredi, che presentano materiali in prevalenza di tipo greco, mostrano tuttavia un persistere delle tipologie del mondo italico, con la posizione rannicchiata degli scheletri di tradizione locale.
Tra le viuzze del suggestivo centro storico di Pomarico si può percorrere la Via della Luce di San Francesco che conduce alla Casa del Miracolo, dove, come scrive uno dei biografi del Santo, Tommaso da Celano (1200-1270), nel suo TRACTATUS DE MIRACULIS del 1252-1253, avvenne uno dei tre miracoli in Basilicata per intercessione del Santo d’Assisi, a pochi decenni dalla sua morte avvenuta il 3 ottobre del 1226. Si narra che una mamma di Pomarico riebbe viva l’unica figlia, morta in tenera età, grazie all’intercessione di San Francesco. La Casa, rimasta integra per secoli, mostra su una facciata un cubo di calcarenite con il simbolo francescano. All’interno due focolari ed un arco nel quale è stata posta, oggi, una piccola statua del Santo. Ogni anno il 4 Ottobre, giorno dedicato al Santo d’Assisi, Patrono d’Italia, il miracolo viene ricordato con l’accensione di una lampada nella Casa e con l’ostensione della reliquia di San Francesco conservata presso la Chiesa di Sant’Antonio. Promotrice dell’iniziativa è la Pro Loco di Pomarico “E. Mattei” in collaborazione con la Parrocchia di San Michele Arcangelo e con l’Amministrazione Comunale.
ANTONIO VIVALDI E POMARICO
Nelle vene del celebre compositore e violinista, Antonio Vivaldi scorreva un po’ di sangue di Pomarico. L'identità storica pomaricana risale all'anno 1649, quando Camillo Calicchio, nonno del musicista, migrò giovanissimo da Pomarico per cercare miglior fortuna a Venezia. Qui sposò Zanetta Temporini da cui nacque Camilla Calicchio, madre del musicista. Come da tradizione pomaricana, il giovane artigiano (Camillo Calicchio, nonno di Antonio Vivaldi) coltivava oltre al mestiere di sarto anche la passione per la musica, che era considerata, all'epoca, un sapere artigianale. Grazie al ritrovamento di documenti sull' origine pomaricana del musicista rinvenuti presso l'archivio patriarcale di Venezia ad opera dello storico Don Vio Gastone, nel 1983 sono state pubblicate sulla rivista vivaldiana, una serie di documenti con certificato di provenienza sulle origini pomaricane di Antonio Vivaldi, considerato tra i massimi esponenti del barocco musicale e tra i maggiori virtuosi del suo tempo. Sacerdote, pur non potendo celebrare la messa per motivi di salute, era chiamato "il Prete rosso" per il colore dei capelli. Vivaldi contribuì significativamente allo sviluppo del concerto, soprattutto solista (un genere iniziato da Giuseppe Torelli), e della tecnica del violino e dell'orchestrazione. Non trascurò inoltre l'opera in musica e il suo vastissimo catalogo comprende numerosi concerti, sonate e composizioni di musica sacra.
L’itinerario turistico della città di Pomarico può essere sicuramente definito un viaggio suggestivo attraverso la storia, la cultura e i sapori di uno dei borghi più affascinanti della provincia materana. Nel centro storico spicca per imponenza e valore artistico, il settecentesco Palazzo Marchesale, o Donnaperna. Urbanisticamente la costruzione sorge, isolata, ai margini del centro storico, fungendo da cerniera tra la parte antica dell’abitato e i quartieri di nuova espansione. È costituito da tre piani fuori terra oltre alla copertura con una struttura di notevole imponenza. Con l’imponente mole volumetrica e la magnificenza architettonica di esso, tra tutti i manufatti edilizi, può reggere il confronto solo quello della Chiesa Madre . Il Palazzo fu realizzato nel 1773 dall’ ingegnere napoletano Giuseppe Fulchignano su commissione del barone don Giulio Cesare Donnaperna, primogenito del barone di Tursi don Giuseppe Paolo Donnaperna. I Donnaperna, infatti, acquistarono il feudo di Pomarico dal principe di Castellaneta e signore di Pomarico don Nicola Miroballo per sopraggiunte difficoltà economiche di quest’ultimo. L’acquisizione del feudo da parte dei Donnaperna avvenne nel 1771 dopo anni di trattative e dopo che la Gran Corte della Vicarja procedette all’apprezzamento (stima) del feudo, ponendo fine alla lunga, illuminata e benevola Signoria dei Miroballo su Pomarico. Il nuovo acquirente, tuttavia, non ebbe il tempo di prendere possesso del feudo poiché spirò lo stesso anno dell’acquisto dopo aver nominato suo erede il primogenito don Giulio Cesare Donnaperna. Fu quest’ultimo, dunque, con ogni probabilità, come scaturisce dall’esame delle date, che commissionò al Fulchignano la costruzione del Palazzo. Nei primi anni dell’Ottocento il Palazzo fu venduto ai Massarotti che successivamente lo cedettero, suddiviso in più parti, a vari proprietari tra i quali il Comune che detiene la quasi totalità dei locali. Dopo il recupero e il restauro architettonico del Palazzo con la destinazione, singole parti sono state restituite allo splendore estetico dell’arte e a nuove funzioni culturali. Così è successo per il Museo della Cultura Contadina e delle tradizioni Popolari, situato al primo piano, dove sono stati raccolti molti attrezzi da lavoro contadino non più in uso. Com’è accaduto per il Salone delle Feste, di particolare bellezza e fascino, il cui recupero consente ora lo svolgimento di Convegni o il degno luogo per concerti da camera. Gioiello di pari preziosità, benché non ne sia stato ultimato il restauro, è il Salone degli Specchi, di pianta ottagonale. Altro ambiente completamente recuperato è la Corte —ampio spazio scoperto, al centro del Palazzo—, il cui selciato è stato restituito all’antica pavimentazione, costituita del caratteristico acciottolato, e al cui centro è stato incastonato lo stemma-blasone gentilizio dei Donnaperna. In un locale al piano-terra, vi trova sede la Casa della Cultura, centro delle più svariate iniziative e attività culturali, la cui gestione è affidata alla Pro-Loco.
Questo lavoro minuzioso di rimozione delle vernici e di stuccatura, messo in evidenza tutta la rilevanza artistica e architettonica di questa antica chiesa. La Torre Civica dell’Orologio scandisce, da secoli, il tempo della comunità pomaricana. Era sulla facciata della Vecchia Chiesa Madre. Nel 1615, dopo il crollo della chiesa fu posto su una delle quattro botteghe di piazza Santa Margherita . E’ stato per secoli l’unico riferimento orario che i contadini avevano per scandire la giornata lavorativa nelle campagne. Tenuto in vita con manutenzioni periodiche dalla Proloco di Pomarico. Il Convento di Sant'Antonio da Padova si colloca lungo l'arteria principale del Comune di Pomarico ed è in stretta relazione con l'adiacente Chiesa di Sant'Antonio da Padova, con cui condivide un muro portante in muratura ad andamento NO-SE. L'edificio attualmente è adibito a Municipio, ma i recenti restauri, sebbene ne abbiano cambiato la destinazione d'uso, hanno comunque preservato i caratteri architettonici principali dello stesso. L'intero Convento si articola attorno a due chiostri quadrangolari, separati da una campata muraria con carattere distributivo. Nel punto di raccordo dei due chiostri, infatti, sono collocate le scale per raggiungere il piano superiore. I due chiostri sono perimetrati da un lungo corridoio voltato a crociera che permette di raggiungere la chiesa di Sant'Antonio e altri ambienti destinati a cucine e sale comuni. In alcuni ambienti sono visibili ancora gli affreschi seicenteschi originali che ornavano l'edificio. Gli affreschi rappresentano scene tratte dalla vita di Santa Chiara, della Vita della Vergine e di Martiri. La realizzazione del Convento si protrasse per tutto il XVII secolo e negli anni 1670-1673 si costruì l'ala del dormitorio al quale, nel 1700 si aggiunsero i locali della biblioteca. La nascita del convento dei francescani Riformati di Pomarico è con ogni evidenza una storia affascinante e ancora tutta da raccontare. Fondato nel 1603, il complesso conventuale fu poi ingrandito e impreziosito, dal ciclo pittorico nelle lunette di uno dei due chiostri e dalla fondazione di una notevole biblioteca. Recentissimo è lo straordinario ritrovamento, in quello che un tempo era l'ingresso principale, di un ciclo di affreschi originali, in buono stato di conservazione, che si è salvato dal degrado grazie ad un leggero strato di calce. La Chiesa di Sant’Antonio fu realizzata nel 1603. Essa fa parte dello stesso Convento, un ampio complesso architettonico sito nella Contrada detta anticamente Piana o San Sebastiano. Il recente restauro ha eliminato i tre originari altari a destra dell’entrata rivelando una più ridotta navata laterale che conduce alla sagrestia. La navata centrale culmina nel presbiterio con altare in pietra decorato e dipinto a tarsia marmorea. L’abside ospita un coro ligneo intagliato ed intarsiato, opera di Antonio la Raja da Laurenzana, del XVIII sec. una serie di tele di pregiato valore. L’altare presenta due paliotti in pietra decorata con girali a motivi vegetali, mentre, nel centro su fondo scuro prevalgono motivi floreali e animalistici. La Piana, o rione Castello, fu la prima parte del paese ad essere abitata dalla popolazione pomaricana (metà IX sec.). Il nome deriva da un antico fortilizio costruito da uno dei primi signori di Pomarico, di cui rimangono solo poche rovine.
Nel rione Castello, la vecchia Pomarico possiamo ammirare la Chiesa Vecchia e la Chiesa della Madonna del Monte, insieme ad alcuni palazzotti signorili adornati da caratteristici portali in pietra e da ringhiere in ferro battuto. Uno scrigno d’arte sacra è la maestosa Chiesa Madre, intitolata a San Michele Arcangelo. I lavori di edificazione ebbero inizio nel 1748 per concludersi nel 1783, come ci racconta l’iscrizione presente sulla decorazione in stucco che sovrasta la navata centrale. Sulla facciata in stile tardo barocco, possiamo osservare la divisione in due ordini, una superiore ed una inferiore divisi da una cornice. La parte inferiore è caratterizzata da una successione di superfici concave e convesse, mentre la parte superiore è caratterizzata dal campanile alto trentasei metri che si innesta sul corpo centrale, la cui realizzazione avvenne nel 1792. La facciata è resa dinamica e movimentata dal gioco di concavità e convessità e dalla presenza di sei paraste addossate che ne scandiscono l’imponente portale centrale e i due ingressi laterali. L’ampio sagrato ad anfiteatro che sembra accogliere i fedeli in un abbraccio simbolico, fu realizzato nel 1803 per arginare le acque piovane. La Chiesa presenta un impianto basilicale a croce latina, con aula divisa in tre navate longitudinali e incrociata perpendicolarmente con l’ampio transetto, al centro della crociera si innesta una cupola con pennacchi, decorato al centro da una colomba, simboleggiante lo Spirito Santo e da figure di cherubini, emersi dopo il recente restauro. L’abside centrale semicircolare imponente è affiancato da due absidi laterali che ospitano rispettivamente la cappella del SS. Sacramento e la Cappella di S. Michele Arcangelo patrono di Pomarico. Al suo interno sono conservate tele di Pietro Antonio Ferro datate 1601 e Andrea Vaccaro, una statua lignea di San Michele risalente al 1400 e un pregevole antifonario del XVI secolo. La Chiesa della SS. Addolorata è la più antica del paese. Fu edificata nel IX secolo d.C. a seguito dello spostamento degli abitanti di Pomarico Vecchio, ed era originariamente dedicata a Santa Margherita o Marina, come veniva chiamata nell’Europa Orientale, il cui culto, insieme a quello di San Nicola, era molto diffuso in tutto il meridione per la lunga dominazione greco-bizantina. Con la venuta dei Normanni, però, Pomarico fu assegnato come feudo alla Contea di Montescaglioso, e il culto di Santa Margherita fu sostituito da quello di Sant’Angelo o di San Michele Arcangelo. La struttura attuale è frutto di modifiche e ampliamenti avvenuti nel corso dei secoli. Alcuni resti di mura originarie testimoniano che la chiesa, originariamente, era una piccola cappella, dimensionata sul numero esiguo degli abitanti. Solamente nel 1741 fu dedicata alla Beata Vergine Addolorata, o Mater Dolorosa. L’interno della chiesa, oltre che dall’importante altare in stucco di Antonio Selvaggi, è impreziosito da alcune tele dell’artista lucano Pietro Antonio Ferro. Nel 2010, un restauro degli altari ne ha riportato alla luce i colori originari, ormai ingialliti dal tempo.
Il suggestivo bosco della Manferrara si estende per oltre 500 ettari ai margini dell'abitato urbano. La zona, caratterizzata da una morfologia collinare e da sentieri ampi, offre al turista la possibilità di effettuare percorsi benessere ed è anche dotata di un’area pic-nic. Si possono ammirare diverse specie di piante ed alberi, a cominciare dall'acero, l'orniello, il pino d'Aleppo, la rosa canina fino ad arrivare a piante di sottobosco quali il mirto, il lentisco, il pungiotopo e il biancospino. Le specie arboree prevalenti sono le querce, in particolare cerro, rovellera e leccio. Il territorio è ricco di fauna: volpi, cinghiali, faine, tassi e diverse specie di uccelli, tra tutti il picchio reale. Per gli amanti del trekking il bosco offre un moderno percorso caratteristico e ben strutturato, che si affianca ad uno più impervio, poco battuto e sterrato.
La tradizione culinaria millenaria di Pomarico è in grado di esaltare i sapori di prodotti considerati “poveri”, ma che sanno offrire gusti inconfondibili, con l’utilizzo di prodotti naturali e semplici sapientemente dosati. I prodotti della terra conservano i sapori e i profumi di un tempo. L’olio extravergine d’oliva dal gusto pieno e deciso esalta i piatti tradizionali fatti con pasta fresca, preparata in casa e di particolari taralli, croccanti e gustosi, chiamati “scaldatelle”, perchè prima di essere cotti in forno, vengono scaldate in acqua bollente. Molto gustosa è la carne cotta nei forni a legna. Prodotto dell’eccellenza è senza dubbio la scarcella, rustico tipico pomaricano, è una pizza salata pasqualina come le tante presenti nelle nostre tradizioni regionali, costituita da due dischi di pasta aromatizzata al finocchietto ripieni di salsiccia, formaggio scuallëtë (scallato) e uova sode. Il disco superiore, più sottile rispetto a quello inferiore, viene spesso decorato e spennellato con tuorlo d’uovo prima della cottura in forno. Una volta pronta, la torta assume un colore dorato, con un sapore e un odore fragrante. Questa ricca pizza ripiena salata era destinata ad essere consumata il giorno di Pasquetta, o lunedì dell'Angelo . Tradizionalmente, la preparazione della Scarcella aveva inizio la sera del Giovedì Santo e coinvolgeva tutte le donne della casa. Con l'allungarsi delle giornate e il mitigarsi delle temperature le galline ovaiole incominciavano a produrre molte uova dopo la pausa invernale e nello stesso tempo le pecore avevano finito di allattare gli agnelli quindi si poteva utilizzare il latte per produrre i formaggi necessari, in questo caso un formaggio fresco chiamato "scallato", tipico di Pomarico, difficilmente reperibile ma sostituibile con un buon pecorino fresco, un primosale o una tuma. Dal 2022 è stata riconosciuta come PAT (Prodotti Agroalimentari Italiani) un marchio che nasce per volontà del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali al fine di proteggere una serie di prodotti di nicchia.
Dal sette al nove Maggio si tiene a Pomarico la festa del Santo Patrono San Michele Arcangelo. Una tradizione che ha conservato inalterato nel tempo il fascino di una celebrazione antica e solenne, attraverso cui l’intera comunità partecipa ad un evento che è insieme religioso e civile. Ritornano alla mente di tutti, anche di chi ha dovuto lasciare la propria terra, sentimenti, ricordi e tradizioni che accompagnano nella vita e che spingono a onorare le origini e a riscoprire il senso di appartenenza alla comunità. L’“Offerta della Cera” , il 7 maggio, da parte del Sindaco, per ringraziare il Santo Patrono di aver salvato Pomarico dalla peste bubbonica prima e dalla carestia poi, è uno dei momenti più sentiti della festa, offerta che onora e rispetta quello che fu un impegno preso dalle autorità civili del tempo e sancito da un atto notarile, che viene onorato da secoli. L’8 maggio, oltre alla processione del mattino, grande risalto viene dato al “Miracolo del grano”, indicato come la “LOTTA”, attraverso la rievocazione storica curata dalla Pro Loco. Il 9 maggio chiusura della festa e serata in musica. Il miracolo del grano di Pomarico è una leggenda legata alla carestia del 1757 che salvò la comunità dalla fame grazie a San Michele Arcangelo. La leggenda narra che un commerciante, ingaggiato da un uomo di nome Michele, arrivò a Pomarico con otto carri carichi di grano. Dopo che la popolazione affamata si impossessò della maggior parte del grano, il commerciante si recò nella chiesa per pagare, ma scoprì che l'uomo misterioso non era altri che San Michele, a cui mancava l'anello che aveva dato in pegno. La "Festa del Miracolo di San Francesco" a Pomarico si celebra il 4 ottobre. La festa è dedicata al ricordo di un miracolo legato a San Francesco e si svolge principalmente presso la Chiesa di Sant'Antonio. La celebrazione è organizzata dalla Pro Loco di Pomarico.
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